USA obbligatoria l’accessibilità anche per i privati. In Italia mentre si pensa alla Campa-Palmieri 2 qualcosa sta migliorando

USA obbligatoria l’accessibilità anche per i privati. In Italia mentre si pensa alla Campa-Palmieri 2 qualcosa sta migliorando

A Washington (USA) i giudici federali hanno appena sancito che tutti i siti di vendita on-line devono essere accessibili, esattamente come quelli delle pubbliche amministrazioni. In Italia invece si è proposto di modificare la legge 4/2004. Quale sarà la nostra strada? Dove stiamo andando?

Negli Stati Uniti, con una sentenza opposta ad un’altra di 4 anni fa, si è stabilito che il mondo virtuale deve rispettare le stesse regole di quello reale.
Nel 1990 l’ADA (Americans with Disabilities Act, l’insieme di norme a tutela delle persone disabili) indicava 12 categorie di luoghi pubblici che dovevano permettere l’accesso, come ad esempio alberghi, ristoranti ecc. Quattro anni fa un non vedente sporse denuncia contro una compagnia aerea perchè non riusciva ad acquistare i biglietti online. Anche se il sito non era accessibile perse, perchè il giudice dichiarò che il mondo reale ed internet erano due luoghi distinti e l’ADA non si poteva applicare.
Oggi invece la Target Corporation, proprietaria di grandi magazzini, e stata obbligata a modificare il proprio sito di regalistica in modo da renderlo accessibile.

In Italia a 2 anni dalla legge 4/2004 sull’accessibilità, i deputati Campa e Palmieri insieme a Scano di IWA hanno deciso di proporre una modifica all’attuale legge per colmare alcune lacune che hanno riscontrato nel testo.
Le criticità che si intendono risolvere con questa nuova proposta sono legate alla forma ed all’applicazione a livello locale:
1)    E’ stato proposto di estendere le richieste di accessibilità non più solo ai contratti (e quindi a livello formale) ma ai siti (perciò a livello sostanziale);
2)    E’ stato suggerito di incaricare il CORECOM della vigilanza sull’applicazione della legge a livello locale, così come già era stabilito che la Presidenza avvalendosi del CNIPA vigliassa sui siti delle PA centrali.

Ha senso questa proposta? Che conseguenze potrebbe avere?

Il rischio che da sempre ha provocato la 4/2004 è l’immobilismo dei siti web pubblici, l’approvazione di questa proposta potrebbe peggiorare le cose anche se in sostanza è una richiesta corretta.

La richiesta è corretta perchè lo scopo della legge è quello di garantire realmente a tutti il diritto all’informazione. Di fatto la legge offre solo una garanzia formale perchè agisce sui contratti. Se la legge agisse sulla sostanza come chiedono Campa, Palmieri e Scano e cioè anche sui siti realizzati senza contratto (ad esempio per opera degli stessi tecnici della PA) sarebbe più efficace, ma molto difficile da rispettare.
Ogni ricorso in giudizio implicherebbe maggiori costi: ora si valuta un dato, una clausola in un contratto, dopo invece si dovrà valutare il rispetto dei 22 requisiti su ogni singola pagina di un sito (o quasi). Visto che i 22 requisiti non sempre sono oggettivi in assoluto, si sposterebbe in tribunale, lo scontro che ora avviene tra esperti di accessibilità sull’interpretazione dei requisiti.
Il possibile futuro che si presenterebbe con l’approvazione della Campa-Palmieri 2 è incerto e rischioso. Già oggi c’è ci chi pensa due volte se dare un’informazione per evitare il rischio di darle in forma non accessibile, domani, con nuove regole, sarebbe peggio perchè chiunque potrebbe venire attaccato anche per un piccolo errore.
La differenza tra noi e gli Stati Uniti è anche nelle regole, le nostre sono molto tecniche e prescrittive, le loro molto più pratiche e pragmatiche.
Rispettare i nostri requisiti è uno sforzo maggiore del loro, e mantenere nel tempo i siti a norma è un compito ancora più arduo, vicino all’impossibile. Solo alcuni nuovi Sistemi di Gestione dei Contenuti hanno la capacità di aiutare a mantenere il rispetto dei requisiti. Ma nessuno di essi può garantire al 100% il loro rispetto perchè in ogni caso la responsabilità finale è sempre di ciascun redattore Web.
Basterebbe che un redattore commettesse un piccolo errore come l’inserire un testo alternativo corretto in una immagine della home page per rendere un sito fuorilegge.
Non è questa l’accessibilità.
Accessibilità significa dare a tutti acceso a informazioni e servizi online, i requisiti sono il modo più efficace di dare accesso. Ma non è detto che siano l’unico modo ed il migliore.
Ad esempio un sito potrebbe essere tecnicamente perfetto, ma scritto in modo incomprensibile. D’altra parte un sito potrebbe avere delle imperfezioni tecniche ma far arrivare perfettamente il suo messaggio a tutti: questo è il vero obiettivo.
Non crediamo che creare leggi più restrittive porti alla soluzione del problema, siamo invece convinti che la strada giusta sia quella che indica da anni la “Commissione interministeriale permanente per l’impiego delle ICT a favore delle categorie deboli o svantaggiate”. Cultura, informazione, formazione sia del personale tecnico che dei redattori e soprattutto dei responsabili dei siti Web pubblici. Ascolto di tutte le parti sociali e di tutti i destinatare dei servizi Web. Diffusione e scambio di buone pratiche.
Questa è la strada più lunga ma la più efficace e praticabile, perchè dopo la legge 4/2004 molto è cambiato. Da una nostra rapida verifica sulle sole home page di regioni, provincie e comuni con più di 10000 abitanti, i siti sulla strada dell’accessibilità sono più che raddoppiati.
Nel 2005 circa 70 home page usavano codice XHTML, oggi sono quasi 200. Su quasi 1000 siti nel 2005 solo 60 avevano codice corretto, oggi sono il doppio. Questo significa che grazie alla linea scelta dal CNIPA qualcosa sta davvero cambiando.
Ricordiamoci che è solo da un mese circa che il rispetto dei requisiti è una clausola obbligatoria per tutti i contratti.

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