Accessibilità o Web 2.0?

Accessibilità o Web 2.0?

Il Web 2.0 è la Rete, fatta di persone, che partecipano collaborano e condividono
grazie all’assenza di limiti, che li pone tutti sullo stesso piano,
nello stesso posto, nello stesso momento.
L’accessibilità è quella qualità del software che permette a tutti di utilizzarlo,
indipendentemente dai limiti che hanno nel farlo.

Il Web 2.0 e l’accessibilità portano nella stessa direzione:
elevare la partecipazione annullando i limiti.
L’accessibilità è quindi una componente fondamentale del Web 2.0
inteso nella sua massima espressione.

Se il Web 2.0 sono applicazioni di rete che elevano il valore della rete stessa, la massima espressione di un Web 2.0 è ovviamente una rete composta da tutti, dove ciascuno può aggiungere valore, proprio grazie alla propria unicità e diversità. Ci siamo posti la domanda “Web 2.0 o accessibilità?” per colpa di un punto di vista sbagliato ma piuttosto comune, e cioè che il Web 2.0 siano le applicazioni, non la rete e le persone.

Innanzitutto il Web 2.0 non è “applicazioni fortemente interattive”, il Web 2.0 è condivisione, partecipazione e collaborazione, anche attraverso applicazioni fortemente interattive.

Il falso mito di cui soffre il Web 2.0 è che sia tutto fatto con AJAX, che è un insieme di tecnologie
che permette alle pagine di comportarsi come i programmi del computer, con finestre che si possono spostare, dati che si aggiornano sulle pagine in tempo reale, ecc.

L’altro falso mito è che ciò che è fatto in AJAX non possa essere accessibile: è accessibile a patto che lo si realizzi nel modo giusto. Esistono infatti aziende come Yahoo che questo problema l’hanno già dovuto risolvere: per questione di sopravvivenza devono poter attingere al maggior bacino di utenti possibile, e i limiti di AJAX non sono solo dati dalle disabilità, ma dalle innumerevoli combinazioni di tecnologie con cui navigano tutte le persone.

Tutto ciò che si realizza in Italia, oggi,
può essere accessibile a norma di legge,
a patto che lo si richieda al fornitore in modo esplicito.

Poiché lo sviluppo di applicazioni Web 2.0 consiste nel dare in pasto agli utenti versioni “beta” dei prodotti, i livelli di qualità potrebbero essere superiori al minimo richiesto dalla legge sull’accessibilità, e questo andrebbe a beneficio di tutti. Molto spesso persone affette da una qualche disabilità sono utenti ideali dei servizi on-line delle PA, sia perchè sono i più motivati ad usarle, essendo in certi casi un mezzo per essere più autonomi, sia perchè sono coloro che utilizzandole in modo non convenzionale, possono mettere in luce i difetti in tempi molto più rapidi.

Per ciò che riguarda le applicazioni straniere, nasce un problema a causa della legge sull’accessibilità: i nostri requisiti sono diversi da quelli americani, quelli a cui la maggior parte di software commerciali fanno riferimento. I nostri requisiti in più sono pochi, il più “costoso” è quello che richiede codice senza errori. Anche se codice ben scritto è il minimo che ci si deve aspettare da chi programma, a volte non si possono scegliere software a norma: o non ci sono alternative, o non si ha abbastanza potere contrattuale per chiedere al fornitore di adeguare il proprio prodotto. In queste condizioni una PA deve almeno cercare di non discriminare. Ad esempio, una PA oggi, non può decidere di usare GoogleDocs piuttosto che continuare ad utilizzare Word sui computer di tutti i suoi dipendenti, può farlo per tutti tranne che per determinati utenti (es. per i non vedenti). La legge 4/2004 vuole che sia garantito a tutti l’accesso alle informazioni: l’importante è l’informazione, non che la si raggiunga tutti con lo stesso mezzo.

L’accessibilità non pone limiti perchè li riduce,
richiede solo di trovare delle alternative.

Nel caso che una PA decidesse di utilizzare alcuni siti e servizi Web 2.0, come ad esempio includere sulle proprie pagine dei video di YouTube, o utilizzare le mappe di Google si trova davanti ad una scelta di cui è padrona: essere governata o governare. Si può rinunciare a governare usando il servizio così com’è, o decidere di governarlo, rielaborandolo in forma accessibile. In sostanza, come sempre, si deve solo fornire l’opportuna alternativa. Ad esempio, l’alternativa accessibile ad inserire un video su YouTube è quella di caricare sia il video su YouTube (perchè ormai quello è il luogo deputato a farlo), sia renderlo disponibile all’interno di un player accessibile abbinato ad un testo che significhi quanto presente nel video. Questo non farà altro che rendere il video “trovabile” perchè è il testo che oggi si trova coi motori di ricerca. Un’alternativa ad una mappa di Google che mostra gli alberghi di una città, è la mappa stessa affiancata dalla semplice lista di alberghi, completa di indirizzi. Proprio come fa Google stesso.

Per ogni problema esiste una soluzione accessibile:
di solito è l’alternativa migliore.

In un momento come questo in cui il Web sta cambiando e la PA è già indietro, una possibilità è quella di rincorrere gli altri sulla loro strada, l’altra è quella di precederli su una che ancora deve venire battuta. L’accessibilità in Italia ci ha dato il vantaggio di definire delle regole, in linea anche col Web 2.0 (es. obbliga all’aderenza agli standard), questo vantaggio fino ad oggi è stato poco sfruttato dal mercato proprio per via di una domanda, ancora pigra, di qualità e di rispetto per le norme.

Se la PA chiedesse solo soluzioni accessibili e open-source, i suoi fornitori software sarebbero obbligati a confrontarsi su un mercato internazionale, dove i nostri vincoli li porterebbero a realizzare prodotti migliori. Dall’applicazione corretta di buone leggi, deriverebbero solo maggiori competenza e competitività.

E-GOV – Numero 1 2008 – Maggioli

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