L’accessibilità si aggiorna al web di oggi

L’accessibilità si aggiorna al web di oggi

Dopo quasi dieci anni, finalmente sono uscite le nuove WCAG, le raccomandazioni della WAI-W3C. Qualcosa cambia nell’accessibilità del Web, e qualcosa dovrà cambiare anche in Italia.

Pochi principi nascondono molte verifiche

E’ probabile che a una pubblica amministrazione non sarà richiesto di essere AAA e non tutti i controlli hanno senso su tutte le pagine, ma in ogni caso, solo guardando i numeri, la faccenda che a prima vista sembrava semplice, diventa decisamente complicata.

I nuovi requisiti sono chiari, si fondano su 4 principi: percepibilità, operabilità, comprensibilità e robustezza. Questi principi vengono declinati in 12 linee guida: poche e semplici.
La faccenda però si complica quando dalle linee guida, si arriva ai 60 criteri per soddisfarle. Se li si soddisfa tutti si arriva al massimo livello di accessibilità (la famosa e ancora presente tripla A). Soddisfare i 60 criteri significa verificare tutte le pagine e gli elementi in esse contenute mediante un certo numero di punti di controllo: circa 250.

WCAG 2 non significa meno accessibilità di ora

Per molti l’uscita delle nuove WCAG doveva essere un cambiamento sostanziale, l’idea era: “basta con requisiti obsoleti per pagine statiche, e benvenuti requisiti al passo coi tempi per applicazioni Web 2.0”. Di fatto le cose stanno effettivamente così, e a dimostrarlo sono proprio i numeri dei controlli da fare.

Tanti punti di controllo servono proprio per verificare le molte situazioni nuove, a cui nel ’99 non si poteva pensare. Il nuovo web è fatto di audio e di video, il nuovo web è fatto di applicazioni: sono presenti linee guida e punti di controllo per realizzare tutto ciò in modo corretto.
I punti di controllo e le tecniche per soddisfare le WCAG 2.0, presenti nei documenti allegati alle nuove linee guida, sono molto dettagliati. Non lasciano quasi spazio all’interpretazione e saranno probabilmente un riferimento sufficiente anche per l’aggiornamento della nostra normativa.  Il lavoro svolto dal WAI è notevole e preciso, ma questo livello di dettaglio se da una parte sembra che porti ad una soluzione, in realtà complica ed è un grosso problema che si dovrà affrontare nella pratica quotidiana.

WCAG 2 e l’accessibilità in Italia

Le cose non cambiano: le WCAG 2.0 così specifiche e dettagliate non porteranno alcuna semplificazione, nè nuove opportunità per il web delle PA; ciò che si poteva fare ieri, si potrà fare anche domani perchè l’accessibilità non è mai stata un limite.

L’uscita delle nuove linee guida internazionali, impongono l’aggiornamento dei nostri requisiti. I tempi saranno però molto lunghi: la situazione del CNIPA non è né chiara né certa, e a maggior ragione quella di chi all’interno del CNIPA ha coordinato il lavoro sull’applicazione della legge sull’accessibilità. Se pensiamo che i requisiti per l’e-learning (definiti  tempi in cui al CNIPA le condizioni erano migliori) non sono ancora ufficiali, nonostante siano pronte da maggio 2006, è plausibile pensare che prima di 2 anni le WCAG 2.0 non porteranno ad alcun cambiamento in Italia. Ci troveremo in un limbo dove si dovranno rispettare i vecchi 22 con un occhio alle nuove WCAG.
Come cambieranno i nostri requisiti non è certo, ma converrà fare tesoro dell’esperienza: le criticità maggiori dei nostri 22 requisiti derivano dal fatto che sono solo nostri. Sono una rielaborazione aggiornata di tutte le precedenti indicazioni internazionali (WCAG 1 e Section 508): in teoria ci hanno inibito l’adozione di prodotti accessibili internazionalmente. Di fatto le cose sono però diverse: se continuano a venire pubblicati siti non a norma, è evidente che lo stesso avvenga per le applicazioni in uso all’interno delle PA.
Ora che esistono regole aggiornate non ha più senso avere dei requisiti tutti nostri: ora potremmo tornare a basarci sugli standard di tutti, e adottare prodotti internazionali con la coscienza a posto.

Le difficoltà, come prima, più di prima

Le difficoltà sono le stesse rispetto ad ora, sia per i fornitori, che devono imparare a realizzare prodotti accessibili, sia per le PA che devono trovare le risorse per verificare che la fornitura sia adeguata. Cambiando i requisiti, si dovrà investire per aggiornarsi.

Le regole sono più o meno le stesse di prima, i controlli maggiori e più specifici. Se prendo come caso concreto il mio lavoro: oggi io mi trovo a valutare siti ed applicazioni secondo i 22 requisiti italiani, più pochi altri specifici, richiesti dalla Regione Emilia-Romagna per ottenere un livello di qualità omogeneo per le proprie pagine web. Le verifiche che svolgo sono lunghe, impongono un numero di controlli inferiore a quello delle WCAG 2, ma richiedono lo stesso metodo che si dovrà usare. Nonostante i requisiti della Regione siano pubblicati, sia spiegato nelle nostre linee guida come soddisfarli e verificarli, esattamente come per le nuove WCAG, ancora oggi mi trovo ad analizzare fino a 4 o 5 volte le stesse applicazioni, che nonostante report dettagliati rilasciati ai nostri numerosi fornitori, continuano a presentare errori.
I fornitori non sono pronti, l’accessibilità richiede competenze e verifiche specifiche, in questi anni è migliorata la qualità generale dei prodotti, ma il processo produttivo impone controlli, che di norma i fornitori non fanno, o per competenza, o per questioni di tempo,  o per questioni organizzative, o per un semplice fattore economico (a volte il prezzo di vendita non giustifica la verifica della qualità).

Le opportunità, come prima, più di prima

Dovremo smettere di giustificare chi non fa e di pensare che le cose cambieranno grazie ai buoni esempi: in questi anni non è cambiato quasi nulla, quelli bravi, attenti all’accessibilità, hanno già fatto il loro dovere, ora tocca agli altri. Si deve cambiare per cogliere un’opportunità che abbiamo quasi perso.

Tutto il lavoro che svolgo, lo faccio in un ente che ha delle regole che impongono prima della pubblicazione, una serie di controlli a siti e applicazioni, controlli che difficilmente faranno la maggior parte di pubbliche amministrazioni in Italia.
Da quando è uscita la legge 4/04, ho sempre detto che l’accessibilità fosse una grande opportunità per chi sviluppava software in Italia, in particolare per il Web. Il rispetto di norme più stringenti di quelle internazionali, avrebbe potuto costringere le nostre aziende a migliorare il livello qualitativo di ciò che producevano, e farlo sul web avrebbe dato loro un ambito competitivo internazionale: migliori degli altri per forza e su un terreno comune. La via dell’open-source era l’ideale, migliorare quanto già c’era, era il modo più economico, di maggiore respiro e competitività.
In teoria le opportunità c’erano, ma quasi nessun privato le ha colte, e parte della colpa è anche delle pubbliche amministrazioni che non hanno saputo dare lo stimolo giusto pretendendo e verificando la qualità che imponeva la legge.
Le nuove regole ci riportano a dove eravamo, con in meno, il vantaggio competitivo di dover far meglio degli altri. Non tutto è perduto però: chi ha lavorato sull’accessibilità all’italiana, è più avanti rispetto a chi lavorava sulle WCAG 1.0.
Se non vogliamo perdere il vantaggio che abbiamo, dobbiamo rimetterci in moto: riattivare il gruppo che ha portato ai primi requisiti, riallineare in fretta i nostri requisiti alle WCAG e poi e far rispettare la legge, senza altre giustificazioni o deroghe.

E-GOV – Numero 2 2009 – Maggioli

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